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come vivevano le donne italiane durante il fascismo

breve storia di come si viveva sotto il fascismo , partiamo dalle donne, quante donne di oggi sarebbero felici di vivere come si viveva sotto il fascismo ? le stesse donne che ritengono che le donne musulmane vivano sottomesse farebbero bene a leggersi questi dati storici , ma forse molte sarebbero felici di vivere così , anche le grilline che non voteranno la legge contro l’apologia del fascismo.

http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne1.htm

L’esclusione delle donne nella società fascista

 

Per consolidare il proprio regime improntato sull’autoritarismo, Mussolini adottò una politica anti-femminista, che impose alla donna l’esclusivo ruolo di madre-casalinga e facendo così della maternità, oggetto di pubblica esaltazione, a sostegno della forza nazionalista dello Stato.

Le donne, intese come portatrici di interessi privati (familiari) furono così escluse da tutto ciò, che aveva attinenza con la sfera pubblica; anche la questione demografica fu affrontata in nome del superiore interesse dello Stato, in termini di quantità, anziché di qualità.

Allo scopo di incrementare le nascite, lo Stato fascista vietò l’uso di anticoncezionali e il ricorso all’aborto, nonché qualsiasi forma di educazione sessuale.

Come si è accennato, ogni aspetto della vita delle donne fu subordinato agli interessi dello Stato, al punto da negare, in assoluto, ogni forma di emancipazione femminile.

Le femministe storiche, in testa alle quali si ricorda Anna Kuliscioff, per la sua coraggiosa battaglia, a favore dell’estensione del voto alle donne, dopo la sconfitta del 1925, furono costrette a volgere il loro impegno nel volontariato sociale o nell’attivismo culturale, ma con crescenti ostacoli e limitazioni.

Il diritto di famiglia, disciplinato dal 1865 dal Codice Pisanelli, improntato sulla supremazia maschile, precludeva alle donne ogni decisione, di natura giuridica o commerciale (atti legali e notarili, stipule, contratti, firme di assegni e accensione di prestiti), senza l’autorizzazione del marito o del padre.

La stessa tutela dei figli era esclusiva prerogativa maschile.

Anche la Chiesa, ostile all’emancipazione femminile, attraverso l’enciclica papale Arcanum del 1880, esaltò il ruolo della maternità e dei valori della famiglia, contrapponendoli alla modernità, portatrice di corruzione dei costumi.

Dal 1926, con la soppressione di tutti i partiti politici, fenomeno che imbavagliò la stampa nonché l’attivismo femminista delle socialiste e delle giovani militanti del P.C.I., il regime riconobbe solo due movimenti femminili: quello fascista, che venne incoraggiato e quello cattolico, che fu tollerato.

“Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. […] La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo”. Così si legge in un manuale di igiene, divulgato dal regime alla fine degli anni ’30.

Non a caso, tra i fasti imperialisti del ventennio, si annoverano le cerimonie presiedute dal Duce, con le quali li madri più prolifiche ottenevano riconoscimenti ufficiali e privilegi.

Nel suo romanzo Pane Nero, Miriam Mafai evidenzia come la politica fascista e l’ideologia cattolica “si intrecciano e si sostengono a vicenda, imponendo alla donna un destino tutto biologico” e la sua subalternità nella famiglia e nella società.

Fra le prime misure pro-nataliste, introdotte dal regime, peraltro con evidenti intenti punitivi, ricordiamo la c.d. tassa sul celibato (D. L. 2132 del 19/12/1926), che da molte donne fu considerata come l’unico provvedimento normativo, a sfavore dell’uomo.

La funzione procreativa femminile, come si è preannunciato, determinò un progressivo allontanamento della donna dalla sfera pubblica.

La riforma della scuola fascista, che ai giorni nostri è ricordata ancora con il nome del suo promotore, Giovanni Gentile, Ministro dell’Educazione Nazionale (1922-1924) fu improntata su due precisi obiettivi: inculcare nei giovani l’ideologia dello stato fascista e selezionare e promuovere solo l’elite, in modo da far accedere all’istruzione secondaria e all’Università, un numero ristretto di studenti, provenienti dalle famiglie più agiate. La riforma Gentile era “dichiaratamente anti-femminile”, come sottolinea la storica Victoria De Grazia in Le donne del regime fascista: “per essere pregiata, rispettata, esaltata, la donna doveva accettare e non tentare di negare i limiti della sua diversità”.

Negando alla donna qualsiasi capacità come educatrice, la riforma della scuola, operata da Gentile, produsse una vera e propria defeminilizzazione del corpo insegnante.

L’insegnamento di molte materie fu precluso alle donne: esse non poterono accedere ai concorsi pubblici per insegnare nei licei lettere, latino, greco, storia e filosofia o per insegnare italiano negli istituti tecnici.

Un Decreto Legge del 05/09/1938, infine imponendo una riduzione al 5% del personale femminile, impiegato nella Pubblica Amministrazione, rappresentò il culmine della discriminazione sessuale.

Poiché le opportunità occupazionali per le donne, andarono drasticamente riducendosi, sino allo scoppio del secondo conflitto bellico, ogni ragazza non riceveva incoraggiamenti a proseguire gli studi.

La controtendenza al fenomeno del calo occupazionale femminile iniziò a manifestarsi nel 1940 e ad accentuarsi per tutta la durata della seconda guerra mondiale, perché giovani e meno giovani furono chiamati alle armi e i loro posti di lavoro furono così ricoperti da mogli, sorelle e donne che si ritrovarono, all’improvviso, nella necessità di provvedere al sostentamento di famiglie con prole numerosa e private del capo-famiglia.

(a cura di Katia Romagnoli)

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le donne ai tempi del duce , il ritorno ?

Come vivevano le donne nel periodo fascista , bei ricordi che tanto piacciono ai vari trumputiniani Meloni , Salvini e grillini.
Meditiamo un attimo su quello che sta succedendo nel pianeta riguardo alle donne occidentali …

mi sto sempre più convincendo che saranno le donne intelligenti consapevoli e indipendenti a trovare il modo di contrastare l’ondata di destra che sta invadendo il pianeta, le avvisaglie di un ritorno al bieco passato presessantottino in ambito europeo sono dimostrate dalla recente legge russa sulla violenza in famiglia o il ritorno antiabortista americano e l’atteggiamento maschilista di Trump , la LEGISLAZIONE DI OGNI DESTRA MONDIALE E ‘ ISPIRATA AL CONDIZIONAMENTO DELLE DONNE RISPETTO AI MASCHI , mentre le destre attaccano i musulmani per la sottomissione che impongono alle donne si sta cercando di imitarli , gli occidentali stanno ritornando ad una cultura prettamente maschilista .
Salvini , Meloni e grillini , non rompeteci i maroni !!!!

http://www.storiaxxisecolo.it/Resistenza/resistenzadonne1.htm

L’esclusione delle donne nella società fascista

donnefasciste.jpg (19154 byte)

Per consolidare il proprio regime improntato sull’autoritarismo, Mussolini adottò una politica anti-femminista, che impose alla donna l’esclusivo ruolo di madre-casalinga e facendo così della maternità, oggetto di pubblica esaltazione, a sostegno della forza nazionalista dello Stato.

Le donne, intese come portatrici di interessi privati (familiari) furono così escluse da tutto ciò, che aveva attinenza con la sfera pubblica; anche la questione demografica fu affrontata in nome del superiore interesse dello Stato, in termini di quantità, anziché di qualità.

Allo scopo di incrementare le nascite, lo Stato fascista vietò l’uso di anticoncezionali e il ricorso all’aborto, nonché qualsiasi forma di educazione sessuale.

Come si è accennato, ogni aspetto della vita delle donne fu subordinato agli interessi dello Stato, al punto da negare, in assoluto, ogni forma di emancipazione femminile.

Le femministe storiche, in testa alle quali si ricorda Anna Kuliscioff, per la sua coraggiosa battaglia, a favore dell’estensione del voto alle donne, dopo la sconfitta del 1925, furono costrette a volgere il loro impegno nel volontariato sociale o nell’attivismo culturale, ma con crescenti ostacoli e limitazioni.

Il diritto di famiglia, disciplinato dal 1865 dal Codice Pisanelli, improntato sulla supremazia maschile, precludeva alle donne ogni decisione, di natura giuridica o commerciale (atti legali e notarili, stipule, contratti, firme di assegni e accensione di prestiti), senza l’autorizzazione del marito o del padre.

La stessa tutela dei figli era esclusiva prerogativa maschile.

Anche la Chiesa, ostile all’emancipazione femminile, attraverso l’enciclica papale Arcanum del 1880, esaltò il ruolo della maternità e dei valori della famiglia, contrapponendoli alla modernità, portatrice di corruzione dei costumi.

Dal 1926, con la soppressione di tutti i partiti politici, fenomeno che imbavagliò la stampa nonché l’attivismo femminista delle socialiste e delle giovani militanti del P.C.I., il regime riconobbe solo due movimenti femminili: quello fascista, che venne incoraggiato e quello cattolico, che fu tollerato.

“Lo scopo della vita di ogni donna è il figlio. […] La sua maternità psichica e fisica non ha che questo unico scopo”. Così si legge in un manuale di igiene, divulgato dal regime alla fine degli anni ’30.

Non a caso, tra i fasti imperialisti del ventennio, si annoverano le cerimonie presiedute dal Duce, con le quali li madri più prolifiche ottenevano riconoscimenti ufficiali e privilegi.

Nel suo romanzo Pane Nero, Miriam Mafai evidenzia come la politica fascista e l’ideologia cattolica “si intrecciano e si sostengono a vicenda, imponendo alla donna un destino tutto biologico” e la sua subalternità nella famiglia e nella società.

Fra le prime misure pro-nataliste, introdotte dal regime, peraltro con evidenti intenti punitivi, ricordiamo la c.d. tassa sul celibato (D. L. 2132 del 19/12/1926), che da molte donne fu considerata come l’unico provvedimento normativo, a sfavore dell’uomo.

La funzione procreativa femminile, come si è preannunciato, determinò un progressivo allontanamento della donna dalla sfera pubblica.

La riforma della scuola fascista, che ai giorni nostri è ricordata ancora con il nome del suo promotore, Giovanni Gentile, Ministro dell’Educazione Nazionale (1922-1924) fu improntata su due precisi obiettivi: inculcare nei giovani l’ideologia dello stato fascista e selezionare e promuovere solo l’elite, in modo da far accedere all’istruzione secondaria e all’Università, un numero ristretto di studenti, provenienti dalle famiglie più agiate. La riforma Gentile era “dichiaratamente anti-femminile”, come sottolinea la storica Victoria De Grazia in Le donne del regime fascista: “per essere pregiata, rispettata, esaltata, la donna doveva accettare e non tentare di negare i limiti della sua diversità”.

Negando alla donna qualsiasi capacità come educatrice, la riforma della scuola, operata da Gentile, produsse una vera e propria defeminilizzazione del corpo insegnante.

L’insegnamento di molte materie fu precluso alle donne: esse non poterono accedere ai concorsi pubblici per insegnare nei licei lettere, latino, greco, storia e filosofia o per insegnare italiano negli istituti tecnici.

Un Decreto Legge del 05/09/1938, infine imponendo una riduzione al 5% del personale femminile, impiegato nella Pubblica Amministrazione, rappresentò il culmine della discriminazione sessuale.

Poiché le opportunità occupazionali per le donne, andarono drasticamente riducendosi, sino allo scoppio del secondo conflitto bellico, ogni ragazza non riceveva incoraggiamenti a proseguire gli studi.

La controtendenza al fenomeno del calo occupazionale femminile iniziò a manifestarsi nel 1940 e ad accentuarsi per tutta la durata della seconda guerra mondiale, perché giovani e meno giovani furono chiamati alle armi e i loro posti di lavoro furono così ricoperti da mogli, sorelle e donne che si ritrovarono, all’improvviso, nella necessità di provvedere al sostentamento di famiglie con prole numerosa e private del capo-famiglia.

(a cura di Katia Romagnoli)

8 marzo , rispetto e dignità

1-DSC_4826 Woman's day - fiori l'8 marzo, rispetto e dignità ogni giorno

 

non mi pare il caso di spiegare perché l’8 marzo deve essere tutti i giorni , fiori oggi sì , perché no ? è la giornata mondiale della donna  , ma soprattutto  e tutti i santi giorni

rispetto e dignità

per le donne di qualunque colore, razza, ceto sociale e religione

perchè detesto i tacchi troppo alti

DSC_7263 Fetish, sexy for men, business for orthopaedists, pain for women who are silly enough to torture themselves , I hate high heels. (Shopwindow detail in a shopping centre)  enough with this barbarous fashion !!!!!

Collage43 consumer's obsessions , enough with fashion mind conditioning

http://www.cibo360.it/cibo_salute/ortopedia/tacchi_alti_postura.htm

in realtà l’immagine della donna emersa dopo anni di berlusconismo è di un essere unicamente al servizio delle brame maschili, da cui …tacchi altissimi e tette e culetti de fora all the time, purtroppo, come si può anche vedere dalle foto di certe signore che su Flickr postano immagini di donne solo di questo tipo, molte donne hanno introitato e credono a questa immagine , ormai globalizzata , entrata attraverso la pubblicità anche nell’anima occidentale come un veleno che appare di basso dosaggio , ma in realtà è un ritorno all’immagine della donna come funzionale al maschio , tipica per altro un po’ di tutte le culture , anche se viene denunciata solo per quella islamica , naturalmente. Lì di sicuro non è molto una questione di scelta , ma il risultato oggettivo è molto simile. Tacchi altissimi e chador per me sono la stessa cosa , non ti permettono come donna di correre e scappare se ti va di farlo ! parlando per metafore , naturalmente.  Quando poi  sono  una scelta, quanto questa  scelta è influenzata dal gusto maschile ? dalla voglia di piacere al maschio ? dalla voglia di seguire la moda ? dall’imposizione che passa dai mass media alla rete  di una cultura che vuole la donna come un oggetto di piacere ? Secondo me  le conquiste delle donne dal 68 in poi sono state in molti casi vanificate  da una bolsa rivalsa del macho di tipo berlusconiano….. sentirsi dire da una donna che senza i tacchi alti non si sentiva ” femminile ” mi ha davvero mandato su tutte le furie ! C’è una pubblicità stupidissima di un deodorante che appare sempre tutte le sere on tv, in questo giugno 2015,  una donna giovane e bella, pimpantissima, con gonna sexy con apertura davanti, bambino in braccio e nell’altra mano una borsa della spesa , tacchi altissimi , che suggerisce  al marito abbattuto per la stanchezza sul divano di usare come lei un certo deodorante………… roba da alto medioevo culturale………… lei fresca, disponibile e bella nonostante la casa , il bambino, le faccende di casa e magari anche un lavoro, sempre impeccabile ed energica e magari anche sessualmente pronta , un’immagine da suggerire a tutte le donne, naturalmente ! Insomma, vogliamo essere donne e uomini o manichini ?

204 massification, dummies, no heads, unnecessary , modern times ? the times, they ain't a'changing

DSC_4563 rather fetish shopwindow, Milano, Fashion 'quadrilatero' , Flickr walk

Le quote rosa: un male necessario

EVIDENZA-Quote-rosa-INT2
Semplicemente condivido questo vecchio articolo e vista la situazione attuale , dopo l’abuso del corpo delle donne di epoca berlusconiana , sarebbe ora di dire, se non ora quando ?
ps
alice · mercoledì, 12 marzo 2014, 3:02 pm

93,7 UOMINI OGNI 100 DONNE In Italia, al 9 ottobre 2011, ci sono 93,7 uomini ogni 100 donne. ( Dati Istat del 2011 )

Donne molte più degli uomini e non rappresentate da donne in Parlamento.

D I S . A M B . I G U A N D O

Dieci anni fa non mi sarei mai sognata di sostenere le cosiddette «quote rosa» nelle aziende, nelle istituzioni, in politica: una percentuale obbligata di posti destinati alle donne.

Mi sarei infatti opposta – anche arrabbiandomi – con argomenti del tipo:«Macché, scherziamo? Le donne non sono una specie protetta. Non si sceglie una persona per un incarico, una professione, un ruolo di potere, per ragioni legate al genere sessuale, all’età, all’etnia, alla provenienza geografica. La si sceglie per ciò che sa fare, ciò che ha studiato, e per le sue capacità personali in relazione a quel ruolo. Istituire corsie preferenziali per le donne equivale ad ammettere in azienda, in politica, nella pubblica amministrazione anche persone incapaci, purché donne».

Anche oggi la penso così. Ma, data la situazione di grave disparità di genere che affligge il paese, penso che le quote rosa siano un male necessario. Perché la percentuale di

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8 marzo nel mio giardino , il miracolo delle mimose fiorite

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anche ai gatti piacciono le mimose , ne annusano l’odore con molto piacere
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la mia micia Alice ne va pazza, come me

8 marzo nel mio giardino , il miracolo delle mimose fiorite

un augurio a tutte le donne , che la parità di genere trionfi in tutto il mondo, sarà dura, ma sperare non nuoce , intanto muoviamoci almeno noi in questo senso

Governo Renzi: il gender gap tra le donne dentro al Palazzo e quelle fuori

 ministre-di-renzi

Dal Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2014

Ci sono donne e donne. Quelle che siedono nel Palazzi della politica e quelle che stanno  fuori. Il primo governo Renzi ha otto ministre e otto ministri ma nessun ministero perpolitiche di genere e pari opportunità, come era stato richiesto fortemente dalle donne che stanno  fuori dai Palazzi, quelle dei  movimenti e delle associazioni che con le discriminazioni di genere  fanno i conti tutti i giorni.

Alle donne in carica nell’Esecutivo, il neo-presidente del consiglio Matteo Renzi ha offerto le pari opportunità delle ‘quote rosa‘ ma che cosa farà il suo governo per le donne fuori dal Palazzo? In una situazione drammatica per le donne, particolarmente colpite dalla crisi economica e culturale, non è apprezzabile la scelta di prescindere da un ministero dedicato alle politiche di genere con finanziamenti da investire in interventi politici efficaci. La violenza…

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