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populismo=popolo o folla ?

a Tagadà sulla 7 il raffinato Bertinotti parla della definizione di POPOLO , definendo l’uso che ne fa il populismo sovranista con la parola FOLLA. Giusta osservazione, solo che lega e fratelli d’Italia e l’ormai dispersa Forza Italia sono seguiti dalla folla , certamente e soprattutto , ma anche anche da quel popolo di destra che sono gli imprenditori , i benestanti provincialotti , gli evasori abituali che sono il vero popolo a cui queste destre si rivolgono , facendosi poi votare dalla folla degli incolti ed ignoranti che votano contro i loro stessi interessi guidati da una propaganda interessata e ossessiva adatta ai loro palati grossolani. E’ dunque in maggioranza la folla degli ignoranti che viene spaventata e coinvolta da furbissimi leader di destra a votare chi di loro se ne frega ampiamente di fatto. Le destre di ogni parte del mondo vogliono tutelare il privato a scapito del pubblico e si fanno votare da chi di più necessita di un aiuto dello stato , vogliono abolire il welfare pubblico e si fanno votare da chi ne ha più bisogno. Questo è il populismo

 

2 luglio 2010 , Eugenio Scalfari sull’Espresso descrive perfettamente gli italiani come FOLLA , un articolo assolutamente attualissimo adesso

Gli italiani: un popolo o una folla?
Una ‘adunata oceanica’ in piazza Venezia
ai tempi del Duce
Si fa un gran discutere sul tema dell’identità. La ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia ha rinfocolato l’argomento, ma esso teneva banco già da un pezzo. Chi erano allora e chi sono oggi gli italiani? È vero – come dicevano D’Annunzio e Mussolini – che sono una razza di navigatori, di guerrieri, di artisti, di santi? O invece – come pensano molti stranieri – di mandolinisti, di mangiatori di maccheroni, di furbi, di mafiosi e di vigliacchi? E più in generale, si può cercare e scoprire l’identità di un popolo, d’una nazione, d’una collettività? Oppure l’identità è un concetto valido per gli individui ma del tutto inappropriato per una moltitudine di soggetti? Esiste un Io collettivo oltreché un Io individuale?
Sono domande alle quali è arduo rispondere. Ci ha provato tra gli altri Sigmund Freud; al fondatore della psicoanalisi bisogna riconoscere una competenza specifica in materia di identità, cominciò infatti curandone i disturbi e poi si pose anche lui il problema dell’identità delle masse e ne descrisse alcuni tratti.
C’è tuttavia un punto fermo che distingue in modo radicale l’Io individuale dall’Io di una massa: la struttura psico-fisica d’un individuo poggia principalmente sul suo Dna, mentre una massa non ha alcun Dna che ne presidi l’identità.

Naturalmente ci sono anche altri fattori che entrano in gioco: l’educazione, la memoria, la società, il costume, le consuetudini, il linguaggio, la cultura, la religione. Perfino il colore della pelle. Perfino il clima.
Questi fattori agiscono sia sugli individui sia sulle masse, ma il Dna opera soltanto sui primi e non sulle seconde e non è piccola differenza. Significa che l’identità d’un individuo ha una stabilità molto maggiore di un’identità collettiva, la quale può cambiare assai più rapidamente e spesso addirittura capovolgersi nel suo contrario nello spazio di pochi mesi. L’emotività esercita sulle masse e quindi su una società massificata un ruolo molto rilevante con la conseguenza che gli individui massificati cedono molto più facilmente agli stimoli emotivi che a quelli razionali.
Siamo ancora in un’analisi di prima approssimazione. Se vogliamo inoltrarci in questo percorso dobbiamo cominciare a distinguere le varie tipologie che può assumere una massa di persone.
Direi che l’identità più stabile la si trova nelle comunità, cioè in un gruppo di persone che fanno vita comune e sono legate da una comune cultura, da una comune religione, da una comune convinzione del bene collettivo. Le comunità cristiane, ebraiche, islamiche, buddiste, taoiste, possiedono un’identità molto stabilizzata. Ma anche gli anarchici, i comunisti e in generale quelli che si identificano con un’ideologia che sfiori l’utopia, sono tenuti insieme da vincoli profondi la cui eventuale rottura determina traumi gravi in chi decide di spezzare quei vincoli. Metterei tra queste comunità anche la famiglia, che è dotata di un’identità molto precisa; si tratta però d’una micro-identità inserita in comunità più vasta sicché i traumi e le rotture a livello familiare sono molto più frequenti.

All’estremo opposto di questa classifica massificativa c’è la folla. Si tratta d’una massa occasionale che si forma per cause esterne: un evento, una presenza casuale in un luogo, una convocazione, una celebrazione, il discorso di un Capo.
La psicologia della folla è stata attentamente esaminata e il risultato è concorde: la folla è dominata dall’emotività degli istinti, esprime pulsioni inconsce, è facilmente manipolabile da chi possiede la capacità e gli strumenti per farlo.
L’emotività della folla può esprimere forme di consenso plebiscitario oppure, all’opposto, forme distruttive e criminogene come il linciaggio d’un presunto colpevole e varie forme di giustizia sommaria.
Spesso i regimi autoritari poggiano sulle folle, sistematicamente preparate e manipolate. Gli stessi individui che solitamente esprimono giudizi di buonsenso, una volta assembrati in una folla smarriscono spesso quel buonsenso e vengono con facilità assimilati dal senso comune. La piazza rappresenta l’immagine dei regimi autoritari. La chiamano democrazia ma ne costituisce invece il polo opposto.
Gli italiani hanno una forte tendenza a farsi risucchiare dalla folla. Credo che dipenda dallo scarso numero di comunità religiose (che non sono parrocchie ma semmai oratori) e di associazioni laiche. Da questo punto di vista il volontariato e le comunità che lo praticano rappresentano un’alternativa positiva rispetto alla folla pura e semplice.

Il richiamo della folla evocata dal Capo è comunque una delle tendenze costanti della società italiana, restia da sempre a confrontarsi con lo Stato. Quando la massificazione sociale assume i connotati della folla, bisogna esser consapevoli che la democrazia liberal-democratica versa in serio pericolo.

vizi e virtù secondo i populisti

demagogia, populismo e altri modi per creare consenso

Populismo, demagogia, qualunquismo e antipolitica sono dei virus che si diffondono con una grande facilità tra gli italiani, creando gravi danni per la democrazia e per la nazione, per la gioia di personaggi negativi che ne beneficiano. Vediamo pertanto, molto brevemente cosa sono.

 

La demagogia può essere definita come l’abilità dei politici ad assicurarsi dei vantaggi raggirando il popolo con discorsi ingannevoli e quindi spingendolo ad agire contro i propri interessi. Ecco allora che di volta in volta si alimenta l’odio verso gli immigrati, si aumenta la paura verso uno Stato autoritario, si fanno promesse irrealizzabili, ci si dichiara contro qualcosa di negativo; si tratta di una tecnica molto antica conosciuta sin dai tempi dell’antica Grecia e già allora veniva vista come una degenerazione della democrazia. Riflettendo un attimo risulta però evidente che in un vero sistema democratico la demagogia non potrebbe esistere, sarebbe la stessa organizzazione sociale, con a disposizione un efficiente sistema di formazione e informazione dei cittadini, a renderla inattuabile.

La demagogia si basa dunque sui problemi radice della disinformazione, dell’ignoranza e della frammentazione sociale, non può essere una degenerazione della democrazia e anzi rappresenta una prova lampante che una vera democrazia non si è mai realizzata.

 

Il populismo è un termine con diverse accezioni: a volte viene usato come sinonimo di demagogia, altre volte per identificare quei movimenti politici che, cavalcando l’onda del malcontento popolare verso la classe dominante, tentano di effettuare un ricambio politico a proprio favore usando un linguaggio aggressivo che risulti di facile presa sulla popolazione. Si tratta dell’ennesimo inganno per la popolazione, una popolazione disinformata, ignorante e frammentata da manipolare comunque.

Solitamente il populismo è una forma di attrazione del consenso fondata sulla brutale semplificazione della realtà: il politico che fa del populismo cerca di arrivare alla “gente” con messaggi facili da comprendere, che toccano interessi diffusi, accompagnandoli spesso da un moto di indignazione e scandalo per una qualche ingiustizia che altri competitori politici avrebbero perpetrato ai loro danni. Che gli interessi toccati dai messaggi populisti siano effettivamente quelli “del popolo”, è indifferente: l’importante è che il popolo ci creda.

Il populismo è quindi una banalizzazione della complessità e, dunque, una “presa in giro” bella e buona. In effetti, dal punto di vista della politica è sempre così. Di solito, è più facile fare del populismo quando non si governa: si raccolgono i malumori del popolo, li si interpreta anche a discapito di un’analisi puntuale delle loro ragioni e li si gonfiano, al fine di rappresentare l’insostenibilità della condizione data (nonché l’inadeguatezza dei governanti in carica) e la necessità di cambiare. Se un governante è arrivato al potere col populismo, necessita di una potenza mediatica, economica e politica imponente per mantenere inalterato il proprio consenso durante gli anni del governo, in cui il confronto con la complessità si fa inevitabile e non ogni attesa viene soddisfatta.

 

Il qualunquismo si basa anch’esso sulla sfiducia nelle istituzioni e nei partiti politici, visti come distanti dal popolo, non rappresentativi e quindi d’intralcio alla libertà, ma tende a identificare la suddetta situazione come fisiologica della democrazia, portando a pericolose derive anarchiche. Anche il termine qualunquismo viene usato come sinonimo di demagogia e populismo quando viene attribuito a dei soggetti politici che vogliono scalzare quelli al potere sobillando le folle.

 

L‘antipolitica è l’avversione e disprezzo per le forme e le attività della politica, e per i suoi protagonisti singoli (i politici), collettivi (i partiti), e istituzionali (i poteri pubblici). Questa antipolitica nasce dallo sdegno morale per gli scandali e la corruzione che coinvolgono i politici; dalla rabbia e dalla protesta per le promesse non mantenute dalla politica, e per l’ingiustizia con cui la politica calpesta i diritti dei cittadini; dall’idea qualunquistica che non vi sia differenza fra i partiti, che siano tutti uguali;  e che con un po’ d’onestà personale e di buon senso ogni problema verrebbe risolto.

Naturalmente l’antipolitica è una forma di politica, offre un’analisi (generalmente stereotipata) e una conseguente azione che spesso sfrutta le regole tipiche della politica (per esempio la forma partito, le elezioni e la presenza parlamentare…), ma con uno scopo eminentemente “eversivo”, ed è spesso sfruttata per demolire l’avversario politico ed ottenere facili consensi presso le persone sensibili ai temi dell’antipolitica. Insomma, anche l’antipolitica viene usata per manipolare la gente a proprio vantaggio, indirizzandola verso il bersaglio che un determinato centro di potere o gruppo politico vuole demolire al fine di ottenere dei vantaggi personali, ad esempio la conquista del potere.

 

E’ importante conoscere bene il significato di tali termini perché molto spesso vengono usati impropriamente, ma efficacemente, contro i propri avversari. Succede che i maestri della demagogia accusino di demagogia i propri antagonisti, che i politici più populisti additino come tali i politici emergenti, che coloro i quali hanno conquistato le proprie poltrone parlamentari ricorrendo massicciamente al qualunquismo ora ne parlino con sdegno rispetto ai nuovi avversari. Non conoscere il vero significato di tali termini significa permettere l’espansione proprio della demagogia, del populismo e del qualunquismo, può significare non riconoscere i portatori di sane riforme sociali.

 

Il disimpegno indignato, populista, rancoroso quanto disinformato, verbalmente violento quanto preda di cliché e stereotipi è estremamente forte in Italia. Anche se presenta dei caratteri di trasversalità che evidentemente hanno a che fare con l’intelligenza e la cultura delle persone, gli indignati prepolitici e antipolitici sono con abbastanza chiarezza concentrati in alcuni settori politici.

La concentrazione in alcuni gruppi politici è favorita da una banale relazione fra il livello “macro” e quello “micro”. Avere un contenitore (partito o movimento), ricevere parole d’ordine, vedere tali parole d’ordine rimbalzare sui mass media (specie la tv) con continuazione, entrare nel gruppo e sentirsene parte (con senso di protezione, di inclusione, di verità) sono evidentemente tutti elementi che favoriscono l’aggregazione. Di contro, fare aggregare attorno a poche parole d’ordine, mantenere l’indignazione come condizione di coesione, secernere in continuazione malumore, indicare nemici, aggredire verbalmente, sono gli strumenti della leadership necessari per mantenere e manovrare masse considerevoli di individui.

 

Ma questa indignazione pre- o anti- politica, per essere politicamente utilizzabile, deve continuamente rinnovarsi. Il climax antagonistico e battagliero deve costantemente essere mantenuto alto, cosa che – in mancanza di una ideologia netta e chiara – diventa impresa complessa. Ecco allora un lavorìo continuo di iniziative eclatanti, tutte rigorosamente inessenziali rispetto all’agenda dei problemi economici e sociali italiani, tutte destinate al fallimento ma tutte, rigorosamente tutte, lanciate nell’arena politica come questioni essenziali, delitti da vendicare, pietre miliari per la costituzione di un nuovo ordine. Ecco il linguaggio sempre e soltanto iperbolico, con aggettivazioni al vetriolo, con l’annullamento degli avversari; sempre quello, attentamente ripreso da epigoni e seguaci. Ecco l’isolamento pur di restare puri, distinti, fedeli ai cliché. Ecco l’Amato Leader. Ecco il populismo…

 

 

Nota: articolo adattato da qui e qui

 

 

CEIFAN Centro di Indagine sui Fenomeni Anomali diretto dal Servizio Antibufala

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